Alla scoperta dei grandi abeti bianchi in Val Cavargna

16 Gennaio 2021

Val Cavargna - San Bartolomeo - Prealpi Luganesi - Pizzo Torrone - Cima Fiorina - Valsolda - Alpi Lepontine Meridionali
San Bartolomeo in Val Cavargna. Sullo sfondo il Torrione e Cima Fiorina, le vette della Valsolda. Fotografia di Alessandro Provasi.

Giganti in Val Cavargna

di Paolo Baccolo

Premessa

Questa storia non è opera mia: storie minerali lascia spazio a un ospite. Non è proprio una persona qualunque visto che si tratta di mio padre Paolo. Qualche giorno fa gli ho chiesto dei consigli riguardo ai grandi faggi della Val Bordesiglio. Lui per tutta risposta non si è limitato a darmi le dritte che mi servivano; il tema dei grandi alberi lo ha stuzzicato e mi ha proposto di raccontare qualcosa di nuovo.

Mio padre è un forestale la mia passione per i boschi doveva pur venire da qualche parte-, ma da tempo i boschi non sono più al centro del suo lavoro. C’è però un’eccezione che riguarda le montagne nascoste tra il Lago di Como e quello di Lugano. Papà ogni anno si reca in quelle valli e insieme alla Comunità Montana locale si occupa della gestione e della cura dei boschi. Credo che da giovane siano state proprio le foreste di quelle valli le prime dove cominciò a lavorare. Da allora sono passati più di trent’anni, ma lui continua a frequentare quei luoghi, seguendo la selezione delle piante e i tagli.

Il racconto che mi ha mandato parla proprio di quei boschi, che oramai conosce come le sue tasche.

La Val Cavargna: cenni geografici

I giganti esistono, li ho visti con i miei occhi, ma non c’è da sorprendersi: chiunque può osservarli, basta sapere cosa e dove cercare. Parlo di giganti arborei, piante monumentali secolari che nel nostro paese troviamo sparse un po’ ovunque, dalle Alpi agli Appennini.

Quella che voglio raccontare è la storia dei giganti che dimorano in Val Cavargna. Essa è una vallata delle Prealpi Luganesi italiane (Lepontine Meridionali), incuneate in quel lembo alpino compreso tra il Lario e il Ceresio, al confine con la Svizzera. Prima di cominciare la storia, inquadriamo la geografia di questa zona.

La sponda settentrionale italiana del lago di Lugano ospita quattro valli allineate da nord a sud. Da oriente a occidente troviamo: Val Sanagra, Val Cavargna, Val Rezzo e Valsolda. Questi i limiti geografici delle valli: a est il Lario, a nord le cime del cosiddetto Costone del Bregagno, a sud il Ceresio e a occidente il crinale che chiude la conca di Lugano.

Tra le valli nominate, la più nota è forse la Valsolda grazie al fatto di essere stata l’ambientazione del romanzo di Fogazzaro del 1895 Piccolo Mondo Antico. Oggi la parte superiore della Valsolda è disabitata ed è una delle maggiori riserve integrali della Lombardia. Val Cavargna e Val Rezzo ospitano invece diversi comuni e sono percorse da una strada che le collega attraverso il Passo della Cava. Un tempo queste vallate conobbero periodi di relativa ricchezza, grazie allo sviluppo di un’intensa attività mineraria a cavallo tra ‘700 e ‘800. Fu proprio il ferro cavato lassù che alimentò il primo timido sviluppo industriale lombardo.

La Val Sanagra, la più orientale, è -come la Valsolda- poco abitata e la presenza dell’uomo si limita a una manciata di alpeggi e a una strada agro-silvo-pastorale. Essa è però relativamente nota grazie ad alcuni giacimenti carboniferi ricchi di fossili. Le cime principali di queste valli hanno quote modeste, comprese tra 1800 e 2200 metri, per citare alcuni nomi: Garzirola, Pizzo di Gino, Monte Tabor.

Una questione “minerale”

Veniamo ora alla storia vera e propria che voglio raccontare e che ha come protagonista un gruppo di abeti bianchi monumentali in Val Cavargna. Chiariamo subito che il racconto ben si addice a un blog chiamato Storie Minerali, perché anche se parla di alberi, rocce e geologia hanno comunque un ruolo importante.

Nelle province di Como e Lecco non sono molte le località ove possiamo trovare particelle boschive con significativa presenza naturale di abete bianco (Abies alba). A memoria, ricordo di averlo osservato alla testata della Val Varrone (comune di Premana, LC), alle pendici del Legnone, (comuni di Dorio e Sueglio, LC), in Val Sanagra (Grandola ed Uniti, CO) e infine in Val Cavargna (comune di Cusino, CO). Queste località si trovano intorno al Lago di Como, in parte lungo la sponda occidentale, in parte lungo quella orientale.

Ciò che le accomuna è il fatto di trovarsi nei pressi di un’importante struttura geologica del territorio Lariano e Prealpino: la cosiddetta linea orobica. Essa è la faglia che separa le rocce cristalline (gneiss, micascisti) del basamento antico delle Alpi, dalle rocce sedimentarie più giovani (tipicamente calcari e dolomie).

Val Cavargna - Ceresio - Linea Monte Grona - Val Rezzo - Val Sanagra - Valsolda - Abeti Bianchi - Prealpi Luganesi - Prealpi Lombarde
La linea del Monte Grona (in rosso) e le località citate nel racconto. Sono evidenziate le valli delle Prealpi Luganesi Italiane; i colori si riferiscono alle rocce che caratterizzano i vari terreni (si veda la legenda).

La linea percorre le Prealpi Bergamasche e Lecchesi da est a ovest, taglia l’alta Val Varrone, la bassa Valsassina e riemerge sulla sponda occidentale del Lago di Como, attraversando il Monte Grona. Da qui raggiunge la Val Sanagra e la Val Cavargna, prendendo il nome locale di Linea del Monte Grona. Tralasciando la sua importanza tettonica e geologica, essa ha profondi effetti anche sulla vegetazione, dal momento che le rocce che pone a contatto sono adatte a piante diverse. Gli abeti bianchi amano i terreni cosiddetti acidi, ovvero che si sviluppano su rocce di tipo cristallino, come i graniti, gli gneiss e gli scisti. Evitano invece i terreni basici, caratterizzati da calcari e dolomie che sono invece preferiti dai faggi.

Val Cavargna - Linea della Grona - Prealpi Luganesi - Alpi Lepontine Meridionali
Affioramenti rocciosi in Val Cavargna: in alto i calcari della parte bassa della valle, in basso gli scisti della parte più settentrionale. A dividere i due settori la Linea di faglia del Monte Grona. Fotografie di Alessandro Provasi.

I boschi che ho citato prima, dove l’abete bianco è presente naturalmente, si trovano tutti subito a nord della linea orobica, a testimoniare la simpatia della pianta per i substrati acidi. Difatti la parte settentrionale della linea è quella caratterizzata dai terreni cristallini. A sud invece, dove gli affioramenti sono carbonatici, i boschi dominanti sono perlopiù faggete in purezza. La Val Cavargna, tagliata in due dalla faglia, è un buon esempio per osservare tutto ciò. La differenza di forme, boschi e substrati è evidente ed è dovuta proprio alla presenza di questa struttura geologica. Ovviamente gli abeti bianchi sono presenti solo nella parte alta della valle, quella più settentrionale, dove le rocce sono costituite da scisti e gneiss.

Raggiungiamo gli abeti bianchi della Val Cavargna

Gli abeti bianchi della Val Cavargna hanno però qualcosa di speciale, in particolare un piccolo gruppo di queste piante. Esse sono alberi giganteschi, con diversi secoli di vita alle spalle. Sono dei Giganti!

Malè - Cusino - Val Cavargna - Prealpi Luganesi
La frazione di Malè, nel comune di Cusino in Val Cavargna. Fotografia di Alessandro Provasi.

Queste le istruzioni per poterli osservare. Tra Porlezza e Menaggio ha inizio la strada provinciale che si incunea in Val Cavargna. Dapprima una strada di montagna come tante, man mano che si sale però la carreggiata si restringe, come se si adattasse alla vallata sempre più angusta scavata dal torrente Cuccio. Sempre avanti per qualche chilometro e si arriva a Cusino, il primo comune della Val Cavargna. Al suo ingresso una stradina asfaltata rampa a destra, in direzione della frazione alta di Malè. Percorriamo una bella serie di tornanti. La strada è dapprima immersa in un bel bosco di castagni da frutto che durante la salita lasciano però progressivo spazio a faggi sempre più numerosi.

Dopo una ventina di minuti arriviamo a Malè (1.147 mslm). Qui lasciamo la vettura, sia perché il tratto successivo verso l’Alpe di Rozzo è sgarrupato, sia perché si tratta giustamente di una pista silvo-pastorale chiusa al traffico. Gambe in spalla, pertanto, e proseguiamo verso l’alpeggio su strada sterrata -diretta verso nord- in debole ma continua salita. Attraversiamo qui boschi cedui di faggio, interessati negli ultimi decenni da tagli di conversione ad alto fusto e da ceduazioni con abbondante rilascio di matricine. Fra cinquanta o sessant’anni saranno boschi straordinari…

[Qui Paolo entra nei dettagli della silvicoltura. I boschi cedui sono quelli dominati da piante che non sono nate da seme, bensì dai ricacci di piante tagliate in precedenza (le ceppaie). È uno dei metodi di governo del bosco più comune. I tagli di conversione hanno l’obiettivo di trasformare i cedui in fustaie, ovvero boschi dove le piante sono perlopiù nate da seme e sono caratterizzate da fusti alti e ben sviluppati e hanno un valore maggiore. Infine, le matricine sono le piante nate da seme che vengono risparmiate durante il taglio dei cedui, hanno la funzione di rinnovare il bosco, permettendo di sostituire le ceppaie più vecchie e meno vitali.]

Abies alba - abete bianco
Tavola botanica dell’abete bianco (Abies alba), tratta dall’opera Flora von Deutschland, Österreich und der Schweiz di Otto Wilhelm Thomé (1885).

Sempre avanti la strada continua a salire, superiamo i 1.300 m e quando ci avviciniamo ai 1400, il bosco cambia nuovamente. Forse non ce ne eravamo accorti, ma tra i tanti faggi cominciano a spuntare le conifere e più si sale, più diventano numerose… Se guardiamo bene, ci rendiamo però conto che non si tratta dei soliti abeti rossi (Picea abies). No, questi alberi hanno una chioma argentata, gli aghi sono disposti a pettine e sulla pagina inferiore mostrano due bande chiare di cui non c’è traccia sugli aghi di abete rosso. Sì, sono proprio abeti bianchi, ma da dove vengono?

Perticaia mista - Abete Bianco - Faggio - Val Cavargna
Bosco misto di faggio e abete bianco. Fotografia di Matteo Angelinetta.

È il momento di osservare con attenzione: sopra e sotto la strada che stiamo percorrendo. Nel fitto della perticaia [un bosco relativamente giovane e fitto, ma dove le piante esibiscono dei fusti già ben sviluppati] di abeti bianchi si intravedono dei fusti di grande, anzi grandissima, dimensione. Sono contorti, a volte spezzati… Sono i nostri giganti finalmente! Gli abeti bianchi monumentali della Val Cavargna!

Alcuni degli abeti monumentali della Val Cavargna. Fotografie di Alessandro Provasi.

Sono un gruppo di diciannove abeti bianchi, il loro tronco alla base ha un diametro di oltre un metro e un’età stimata tra i 200 e i 300 anni; i più alti superano di poco i trenta metri. Probabilmente erano un tempo utilizzati come rifugio dalle intemperie e dal sole su questi antichi pascoli ormai del tutto riconquistati dal bosco. Sono solo diciannove, ma hanno dato origine alle migliaia di piante di abete bianco che popolano questo bosco che raggiunge quasi il crinale che degrada verso Est nella Val Sanagra. Probabilmente anche in questa seconda vallata sono presenti esemplari di pari dimensione, ma a differenza dei giganti della Val Cavargna, non sono stati censiti.

Ancora pochi passi, e saremo giunti all’Alpe di Rozzo. Se è la bella stagione e l’alpeggio è caricato, non dimentichiamo di visitarlo, magari aiutando l’alpeggiatore acquistando un pezzo o una forma di ottimo formaggio d’alpe. Il ritorno, sul medesimo tracciato, ci permetterà di dare un’ultima occhiata a questi giganti, forse i più monumentali abeti bianchi di origine naturale della Provincia di Como.

Abeti Bianchi - Val Cavargna - Paolo Baccolo
Un altro dei diciannove abeti monumentali della Val Cavargna. Fotografia di Paolo Baccolo

Un mistero irrisolto (per ora)

Ah già, mi stavo dimenticando che questa storia nasconde un mistero…. All’Alpe di Rozzo, conversando con l’alpeggiatore, non avremo mancato di ammirare le varie cime della testata della Val Cavargna. I versanti di questi monti danno spazio agli estesi pascoli di proprietà dei comuni della valle. Qualche decennio fa, durante la realizzazione della strada che dal comune di Valrezzo porta alla località San Lucio, dallo sbancamento del terreno emerse uno strato di terreno scuro, quasi nero… Uno strato di cenere e carboni!

Antracologia - Val Cavargna - Cenere
Lo strato di cenere e carboni rinvenuto in alta Val Cavargna. Fotografia di Giovanni Procacci.

La faccio breve. La scoperta interessò uno studente a tal punto che egli finì col dedicarci una bella tesi di laurea. Dalle analisi della cenere scoprì che migliaia di anni fa, prima che qui ci fossero i pascoli, tutta questa area era ricoperta da fustaie di abete bianco ed altre specie, che furono però completamente distrutte a più riprese da giganteschi incendi. Il mistero cui ancora non si è data risposta è capire cosa possa aver causato, circa cinquemila anni fa (datazione al carbonio), una simile catastrofe. Aspettiamo un nuovo giovane interessato e magari una nuova tesi di laurea…

Per approfondire

  • Alla ricerca dei giganti della Val Cavargna: censimento, localizzazione e rilievo di abeti bianchi secolari in una particella boscata del comune di Cusino. Tesi di laurea di Matteo Angelinetta, 2014.
  • Alla ricerca dei giganti della Val Cavargna: ipotesi di valorizzazione con finalità didattiche ed escursionistiche nel Comune di Cusino. Tesi di laurea di Alessandro Provasi, 2015.
  • Uso del territorio e deforestazione in Val Cavargna (Alpi Lepontine Meridionali) fra terzo millennio a.c. e primo millennio d.c.: un caso di studio pedoantracologico. Tesi di laurea di Giovanni Procacci, 2003.

3 thoughts on “Alla scoperta dei grandi abeti bianchi in Val Cavargna

  1. Grazie per interessamento ad una delle meraviglie del nostro territorio, nella speranza che altri possano essere di pubblico interesse e raccontati in modo esaustivo come questa. Sembra proprio scritto oltre che con tanta passione, direi quasi amore, per questa meravigliosa natura che ci circonda.

      1. Infatti abbiamo già un appuntamento alle antiche foreste pietrificate di Pteridofite della Val Sanagra!!

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