Anatolij Boukreev: al di sopra delle nuvole

Anatolij Boukreev - Everest - Alpinismo
7 Ottobre 1991: Anatolij Boukreev si dirige solitario verso la cima dell’Everest, la sua prima volta sul tetto del mondo. Archivio Anatolij Boukreev.

Le montagne non sono stadi dove soddisfo le mie ambizioni. Sono cattedrali, grandiose e pure, la dimora della mia religione. Mi avvicino ad esse con lo spirito di chi va ad adorare una divinità. Sugli altari delle montagne mi impegno per migliorare fisicamente e spiritualmente. Al loro cospetto tento di comprendere la mia vita, di esorcizzare vanità, avidità e paure. Dall’alto di quelle cime sospese osservo il mio passato, sogno il futuro e con insolita chiarezza vivo i momenti presenti. La fatica rinnova la mia forza e purifica il mio sguardo. Tra le montagne celebro la creazione, poiché ad ogni viaggio mi sento rinascere.

Mountains are not stadiums where I satisfy my ambitions to achieve. They are cathedrals, grand and pure, the houses of my religion. I approach them as any human goes to worship. On their altars I strive to perfect myself physically and spiritually. In their presence I attempt to understand my life, to exorcise vanity, greed, and fear. From the vantage of their lofty summits, I view my past, dream of the future, and with unusual acuteness I experience the present moment. That struggle renews my strenght and clears my vision. In the mountains I celebrate creation, for on each journey I am reborn.

da Above the Clouds (Anatolij Boukreev & Linda Wylie, 2001)

La distanza dei colossi asiatici

Non ho letto molti libri di montagna dedicati alle cime più alte della Terra. Avverto una distanza incolmabile tra la pianura dove vivo e quei picchi incredibili. Distanza non soltanto geografica, ma anche culturale e alpinistica. Himalaya e Karakoram sono un altro pianeta, è davvero difficile comprendere la meravigliosa unicità di quei luoghi per chi quelle cime le ha viste soltanto nei documentari. Sfiorare la mitica soglia dei 4000 metri sulle Alpi è per me una cosa straordinaria nel senso letterale del termine. Come potrei comprendere cosa significhi salire una montagna avendo quella quota come punto di partenza?

C’è poi un’altra sensazione che ha contribuito a smorzare il mio entusiasmo per i racconti alpinistici ambientati lassù. Per motivi geografici il mio riferimento quando ragiono sulle cose di montagna sono le Alpi. C’è una differenza sostanziale tra esse e i giganti asiatici. La storia alpinistica delle Alpi è stata in gran parte scritta da locali (allarghiamo la prospettiva all’Europa). Discorso diverso vale per Himalaya e Karakoram, dove le conquiste principali portano la firma di spedizioni occidentali.

Non mi addentro in queste riflessioni, ma è indubbio che la diversità culturale tra mondo occidentale e orientale giochi un ruolo importante in questa differenza. Il desiderio di piantare la bandierina ed esplorare l’ignoto sono prerogative di una cultura che in Asia centrale non penso sia mai stata di casa. E con questo non voglio assolutamente imporre il primato di una visione sull’altra, solo sottolineare questo scarto.

Il fatto che la stragrande maggioranza degli alpinisti in Himalaya sia forestiera, ha fatto sì che nella mia percezione chi porta a termine una bella impresa lassù, sia nella maggior parte dei casi un “ospite” legato a quei monti da qualcosa di fragile. In un certo senso interpreto l’alpinismo himalayano come un fenomeno che si esaurisce soprattutto in una direzione: l’alpinista ottiene ciò che desidera senza stabilire un vero dialogo. Mi sembra che a volte manchi un autentico ritorno nell’altro senso, dall’alpinista alla montagna. Ribadisco però che queste riflessioni sono probabilmente limitate dalla mia impossibilità di comprendere cosa davvero significhi salire quelle montagne e potrebbero benissimo essere castronerie.

Everest - Anatolij Boukreev
Bivacco a 8500 metri sotto alla cima dell’Everest; in lontananza il Makalu. Aprile 1997, archivio Anatolij Boukreev.

Cambiare idea

Ci volevano due libri per farmi cambiare idea, i due scritti da Anatolij Boukreev. Grazie alle sue pagine ho capito che anche Himalaya e Karokaram possono essere le montagne di casa. Montagne che conosci meglio di tutte e dove vuoi tornare a ogni occasione perché solo lassù ti senti nel posto giusto. Non è esagerato dire che per Boukreev salire un 8000 o un 7000 non fosse troppo diverso dal salire per me una cima delle Prealpi. Non parlo ovviamente di sforzo tecnico e fisico visto l’abisso tra i due contesti. Mi riferisco invece all’approccio di chi si avventura su una montagna e al grado di confidenza che lega una persona a un territorio.

Per me è normale scegliere una meta prealpina, vuoi per una camminata, vuoi per un’arrampicata. Conosco quei luoghi e ho le capacità per affrontarli. So anche che dopo ogni uscita tornerò a casa con qualche bel ricordo in tasca. Credo che per Anatolij Boukreev fosse lo stesso, solo che lui non sceglieva cime di 2500 metri e itinerari stra-battuti e relazionati. Il suo sguardo era sempre rivolto alle cime più alte, dove grazie a un bagaglio formidabile di esperienze poteva muoversi con un livello di confidenza e sicurezza che pochi altri hanno raggiunto.

Leggendo i libri dell’alpinista kazakho si avverte chiaramente che egli si sentisse in pace con il mondo e con sé stesso solo raggiungendo i luoghi dove l’aria si fa ghiacciata e rarefatta. Tanti forti alpinisti temono quelle altezze e si impegnano per accorciare il più possibile la permanenza lassù. Per Boukreev era diverso, sebbene fosse consapevole della pericolosità delle altissime quote, cercava con tutto sé stesso quegli ambienti disumani perché come lui stesso scrisse:

“La sfida di salire al di sopra dei 6000 metri va oltre il saper gestire la difficoltà della via scelta. È qualcosa che riguarda la fatica di un uomo che si batte per superare la sua innata debolezza. Dal primo giorno seppi di appartenere a quelle altezze e che il mio destino fosse quello di salire alto. Realizzai anche che per me andare in montagna avrebbe istintivamente coinciso con lo sforzo umano di confrontarsi con l’altitudine.”

Storia di Anatolij Boukreev: dagli Urali al Kazakhistan

La storia di Anatolij Boukreev non è soltanto quella di un eccellente atleta che divenne uno dei migliori alpinisti himalayani della sua generazione. È anche quella di chi visse sulla sua pelle gli sconvolgimenti geopolitici che seguirono il collasso dell’Unione Sovietica.

Anatolij Boukreev
Anatolij al campo base del Gasherbrum II, Luglio 1997. Fotografia di Bob Ader.

Anatolij nasce nel 1958 a Korkino, una cittadina mineraria ai piedi degli Urali, nell’allora Unione Sovietica. È proprio sugli Urali che comincia a frequentare le montagne. In Unione Sovietica la pratica delle attività sportive e ricreative non era ostacolata, era però rigidamente controllata. Per chi volesse praticare l’alpinismo era prevista una sorta di carriera strutturata che prevedeva test, competizioni, passaggi di grado e obiettivi precisi da raggiungere. Anatolij Boukreev si dedicò con estrema dedizione a tutto questo, trovando anche il tempo di laurearsi in fisica.

Giunto il momento, Anatolij fu assegnato all’Unità Alpinistica dell’Asia Centrale, dove completò il suo lungo percorso prima di essere proclamato Maestro di Sport. Si trasferì ad Almaty nel 1979, nell’attuale Kazakhistan, e cominciò a frequentare le alte quote del Pamir e del Tien Shan. Due anni più tardi fu ammesso al Club Sportivo Militare di Almaty che gli fornì uno stipendio e fondi per organizzare uscite sulle vicine montagne. Per rimanere all’interno del Club Anatolij accettò di diventare allenatore di sci nordico. Per dieci anni divise il suo tempo tra l’allenamento dei giovani e l’alpinismo. Ottenne ottimi risultati in entrambi i campi, diverse sue allieve e allievi parteciparono alle selezioni sovietiche per le Olimpiadi e allo stesso tempo salì oltre 200 cime di almeno 5000 metri, tra cui una trentina di 7000.

Il grande alpinismo

Il suo ingresso nel mondo delle grandi spedizioni avvenne nel 1989. Dopo aver superato una selezione durissima, Anatolij Boukreev fu scelto tra i partecipanti alla seconda spedizione sovietica internazionale, destinazione Kanchemnjunga: la terza cima del pianeta. La spedizione ebbe grande successo: gli alpinisti riuscirono nell’impresa ancora irripetuta di attraversare le 4 cime del massiccio (tutte più alte di 8400 m). Un libro racconta la vicenda: Kangchenjunga 1989: la grande traversata di Vasilij Senatorov, tradotto e pubblicato in Italia da Monte Rosa Edizioni (qui qualche informazione in più).

La spedizione fu un trampolino di lancio per Anatolij che ricevette da Mikhail Gorbachev in persona l’Ordine del Coraggio Personale e l’onorificenza come Maestro Internazionale di Sport. Tra le nuove opportunità che si aprirono, Anatolij poté visitare nel 1990 gli Stati Uniti, dove prese parte a una spedizione diretta al McKinley per ripetere la via di Cassin. Considerando la lontananza che separava USA e URSS, fu una cosa incredibile.

Il contatto con il mondo occidentale impressionò Anatolij Boukreev. Da un lato era affascinato dalla libertà personale praticamente illimitata che veniva lasciata ai cittadini occidentali e dalla generosità dei nuovi amici americani, dall’altra intuiva che in Occidente a governare era il profitto, sia nel bene che nel male.

La fine di un sogno?

Quando la carriera alpinistica di Anatolij Boukreev sembrava ormai in ascesa, l’Unione Sovietica crollò, portandosi via i sogni e i progetti dell’alpinista, che dall’oggi al domani passò dall’essere cittadino sovietico a cittadino kazakho. Il contraccolpo fu duro. Anatolij non poté più contare sullo stipendio che gli veniva garantito come allenatore e alpinista professionista. Non solo; i valori e il sistema sociale che erano da sempre il suo riferimento andarono in frantumi, lasciando Boukreev, insieme a milioni di altre persone, completamente disorientato.

Il periodo fu difficile, da una parte Anatolij aveva bisogno di lavorare e guadagnare, dall’altra sentiva l’irresistibile richiamo delle montagne più alte. Le sue conoscenze in America lo aiutarono e riuscì, non facilmente, a ottenere degli incarichi come guida o accompagnatore e a prendere parte ad alcune spedizioni dirette sugli 8000. Questo fu importantissimo perché all’epoca Boukreev non sarebbe mai riuscito a trovare i finanziamenti necessari per procurarsi da solo i permessi di salita.

Nei suoi diari Anatolij scrisse che in quel periodo non vedeva l’ora di andare in spedizione, non solo per raggiungere le montagne, ma anche perché essere in spedizione voleva dire avere pranzi abbondanti ogni giorno. Anni dopo egli ricordava sorridendo che in quelle prime spedizioni che seguirono il crollo dell’USSR, era l’unico a ingrassare invece che a dimagrire come capitava agli altri.

Nonostante l’incertezza e la difficoltà, Anatolij Boukreev riuscì comunque a inanellare una serie di successi alpinistici di prim’ordine tra il 1991 e il 1997, divenendo un punto di riferimento non solo per gli alpinisti dell’ex-Unione Sovietica, ma per la comunità alpinistica mondiale.

Hunza - Sinkiang
Dopo aver salito il K2 nel 1993, Anatolij Boukreev intraprende un viaggio in pullman dal Pakistan al Kazakhistan, attraversando le regioni dell’Hunza e del Sinkiang. Archivio Anatolij Boukreev.

1996: la tragedia dell’Everest

La maggior parte di chi ha sentito parlare Anatolij Boukreev, lo conosce soprattutto a causa dela tragedia che ebbe luogo sulla cima dell’Everest nel maggio del 1996. Quell’anno Anatolij fu assoldato come guida (anche se Anatolij preferiva definirsi allenatore o preparatore) dall’alpinista americano Scott Fischer, un pioniere delle spedizioni commerciali sugli 8000. Il mercato era allora in rapida crescita e Anatolij intuì che entrare nel business fosse uno dei pochi modi che aveva per guadagnare qualcosa senza allontanarsi troppo dalle alte quote.

Per quell’anno Fischer stava organizzando una spedizione all’Everest e volle Boukreev con sé perché aldilà delle sue indiscusse abilità alpinistiche, sapeva anche che grazie alla sua proverbiale resistenza alle alte quote, Anatolij era la persona su cui contare se qualcosa fosse andato storto.

La vicenda è nota, durante l’assalto finale alla vetta dell’Everest 8 persone morirono a causa di una tempesta e della lentezza di alcuni clienti. Tra i morti ci fu lo stesso Scott Fischer. Anatolij salvò in piena notte dalla bufera tre alpinisti, ma ciò non bastò a provocare una grossa polemica che amareggiò molto il kazakho.

Lo scrittore alpinista americano Jon Krakauer scrisse un libro dedicato a quei giorni (Aria Sottile, Corbaccio). Lo fece da protagonista, essendo uno dei clienti della spedizione che condivise il tentativo alla vetta insieme a quella di Fischer-Boukreev. Nel libro Karkauer accusa apertamente Boukreev di essere uno dei principali responsabili della tragedia. Accusò Anatolij di non aver prestato sufficiente aiuto ai clienti in difficoltà e di non essere stato professionale a causa della sua scelta di non usare le bombole di ossigeno. Molti testimoni riconobbero la falsità di quelle dichiarazioni, riconoscendo a Boukreev di essere stato l’unico che si impegnò realmente per aiutare gli alpinisti in difficoltà. Facendo fondo alle sue energie ne salvò tre e per questo gli furono assegnati dei riconoscimenti.

Per quanto riguarda l’ossigeno, Anatolij preferiva non usarlo (lo fece solo sul Kanchemnjunga perché obbligato, e durante un’altra spedizione commerciale nel 1997). Pensava che senza ossigeno fosse più facile e sicuro percepire le reazioni del corpo alle alte quote e dosare correttamente le proprie energie. Temeva soprattutto che scalando con l’ossigeno se per qualsiasi motivo questo fosse finito prima del previsto, il fisico avrebbe reagito con un crollo delle prestazioni che sarebbe stato fatale.

L’acclimatamento era una vera e propria fissazione per Anatolij. Programmare e seguire con cura maniacale il piano di acclimatamento era fondamentale e visti i suoi risultati credo proprio che avesse ragione farlo.

Scott Fischer - Wes Krause - Annapurna
Scott Fischer sull’Annapurna, 1984. Fotografia di Wes Krause.

Le vicende del 1996 legate all’Everest ebbero un lungo strascico per Anatolij. Non conoscendo bene l’inglese temeva di non riuscire a spiegare le sue scelte e di non poter smentire le bugie di Krakauer.

Inoltre si sentiva in qualche modo responsabile per la morte dell’amico Scott Fischer e delle altre persone scomparse quel giorno, sebbene fosse consapevole di aver fatto tutto ciò che poteva. Gli amici americani lo convinsero infine a mettere nero su bianco le sue impressioni, evidenziando le imprecisioni riportate da Krakauer e presentando una cronaca quanto più imparziale possibile degli eventi. Fu così che nacque il primo libro di Anatolij, dedicato proprio al racconto della tragedia. Lo scrisse con l’aiuto di Gary Weston de Walt (Everest 1996 – Cronaca di un salvataggio impossibile, Vivalda Editori).

Oltre a raccontare gli eventi di quei giorni, il libro aiuta anche a capire il rapporto che Anatolij aveva nei confronti delle spedizioni commerciali. Il suo obiettivo non era quello di portare in cima i clienti, ma di fornirgli i mezzi e le capacità per farlo in autonomia, cercando di limitare il più possibile i rischi. Per questo non amava essere chiamato guida ma preferiva appunto allenatore. Inoltre nel libro è anche raccontato come Anatolij arrivò ad accettare di far parte delle spedizioni commerciali e di tutta la complessa situazione che si creò dopo la dissoluzione dell’URSS.

L’ultimo 8000 di Anatolij Boukreev: Annapurna 1997

Anatolij Boukreev scomparve il giorno di Natale del 1997, travolto da una valanga durante un tentativo di salita invernale sull’Annapurna. L’unico che si salvò fu il suo amico e compagno di spedizione Simone Moro, allora giovane promessa dell’alpinismo himalayano. I due si erano conosciuti nell’ottobre 1996 sullo Shisha Pangma e avevano poi condiviso diversi progetti.

Gasherbrum II - Anatolij Boukreev
Autoscatto di Boukreev in cima al Gasherbrum II, al termine di una salita in velocità. Arichivio Anatolij Boukreev.

Nel breve intervallo di tempo che passò tra la tragedia dell’Everest e la sua morte (circa un anno e mezzo), Anatolij portò a termine 7 salite su cime di 8000 metri, di cui quattro in soli 80 giorni. Risultato straordinario, soprattutto considerando che Boukreev non utilizzò l’ossigeno (se non in un caso).

C’è chi dice che l’attività frenetica di quell’anno e mezzo sia stata una reazione alla vicenda dell’Everest. L’amico Galen Rowell ritiene che con quelle salite serrate Anatolij abbia voluto testare sé stesso, nel tentativo di lasciarsi alle spalle le critiche ingiuste e l’insicurezza che ne era scaturita.

I diari di Anatolij Boukreev

Molte delle informazioni che trovate qui vengono dal secondo libro di Boukreev: Above the Clouds (tradotto in italiano: Un posto in cielo – I diari di un eroe inconsapevole, CDA & Vivalda). Nel libro è raccolta parte dei suoi diari, ordinati dalla sua compagna Linda Wylie. Everest 1996 è un libro ancora in commercio, Above the Clouds è purtroppo meno conosciuto e difficile da reperire, se ne trova al più qualche copia usata in inglese. Chiunque sia rimasto affascinato da Anatolij Boukreev dovrebbe però procurarselo. Tra le pagine emerge lo spirito di una persona fuori dal comune, in qualche modo condannata a scalare le montagne più alte della Terra.

Nei suoi diari sono anche tangibili le difficoltà che affrontò e l’impegno che profuse per raggiungere i suoi obiettivi, in un momento storico a dir poco complicato. Non un super-uomo, ma una persona attraversata da una passione sconfinata.

Anatolij Boukreev - Everest 1996 - Above the Clouds - Un posto in cielo
I libri di Anatolij Boukreev.

Epilogo

Concludo con due brani tratti proprio da Above the Clouds. Il primo è lo stringato racconto che Anatolij fece della sua prima salita all’Everest (ottobre 1991). Il modo in cui arrivò lassù dice tutto del suo approccio alle alte quote e del suo livello di confidenza con quei terreni:

“Per prepararci a una successiva salita in velocità, Kevin e io decidemmo di salire un poco oltre il Colle Sud per acclimatarci. Si infilò i suoi vecchi scarponi Koflach. Lasciammo le tende con calma alle 8.30 del mattino, senza prendere con noi le piccozze, solo i bastoncini. Balyberdin salì con noi per un tratto; aveva con sé la cinepresa. Non gli prestai attenzione, pensando volesse girare qualche scena al Colle Sud. Kevin salì davanti a me per un po’. Avanzavamo facilmente, senza particolare fatica. Alle due del pomeriggio ci trovammo inaspettatamente sulla cima meridionale. Proseguii lungo la cresta sotto all’Hillary Step.

A un certo punto mi voltai: Kevin aspettava alla Cima Sud e mi fece segno di proseguire. Il vento soffiava impetuoso, ma non abbastanza da spingermi giù. Mi trascinai sopra all’Hillary Step usando vecchi spezzoni di corde fisse rimaste dalle spedizioni passate. Sopra a un ripido pendio c’erano i resti degli scalini che gli spagnoli avevano intagliato nel ghiaccio la settimana prima. Continuai a salire. Quasi per caso arrivai in cima, erano le 3 del pomeriggio.”

Everest - Lhotse - Anatolij Boukreev
L’Everest fotografato da Anatolij durante la sua salita solitaria in velocità del Lhotse (maggio 1996). Boukreev compì la salita pochi giorni dopo la tragedia dell’Everest, il suo modo di rendere omaggio all’amico scomparso Scott Fischer. Archivio Anatolij Boukreev.

Il secondo brano è invece il manifesto del senso che Anatolij dava alle conquista delle vette più alte:

“Le grandi montagne sono un mondo a parte: neve, rocce, cielo e aria sottile. Non puoi conquistarle, puoi solo salire alla loro altezza per un breve tempo, e per fare ciò esigono molto. La sfida non ha che fare con un nemico o un avversario, come succede nello sport, ma con le sensazioni innate di debolezza e inadeguatezza. Questa lotta mi affascina ed è per questo che sono diventato alpinista.

Ogni cima è diversa, ognuna è una vita che hai vissuto.

Arrivi sulla vetta avendo rinunciato a tutto ciò che credi sia necessario per vivere e sei solo con la tua anima. Un punto di vista puro, che ti permette di rivalutare te stesso, i tuoi legami e i beni della vita ordinaria con una prospettiva diversa.”

Qui sotto trovate la stessa fotografia che ha aperto l’articolo: Anatolij che sale sulla cima dell’Everest. Tranquillo e solitario con i suoi bastoncini, come si trattasse di un 4000 qualsiasi. In quel momento era invece l’uomo più alto della Terra e sono sicuro fosse felicissimo di esserlo.

Everest
Archivio Anatolij Boukreev.

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