Al Pizzo Morterone (Resegone) per il canale NW e qualche pensiero

Salita al Pizzo Morterone (quasi) dalla Val Boazzo per il canale NW

06 Maggio 2021

Resegone - Morterone
Resegone da nord.

Una vallecola senza nome

Un’umidità gelida riempie il sottobosco e i tronchi dei faggi spogli si alzano dall’ombra, avvolti da spessi strati di muschio scuro. In questa valle rivolta a nord ogni sfumatura rimanda all’inverno che qui ha ancora i piedi ben piantati in terra nonostante manchino pochi giorni alla primavera. Non ho trovato nome a questo luogo, l’unico toponimo riportato nelle carte è quello di un misterioso rudere, il “Pratello dell’Orso”.

Dalla Val Boazzo ai Piani d’Erna: tra Monte Due Mani e Resegone

Sono partito dalla strada di Morterone e mentre la percorrevo, come già era capitato, pensavo che risalirla valesse il viaggio tra questi monti. Quando a Ballabio la si imbocca, si passa in pochi chilometri dal traffico della Valsassina a un’infilata di tornanti che risale montagne davvero selvagge se si pensa che siamo a due passi da Lecco. Boschi fitti e risalti rocciosi caotici, a perdita d’occhio. Ci sono tanti tratti della strada da cui quasi non si nota traccia umana, solo la striscia di asfalto.

Ho lasciato la macchina ben prima di arrivare alla Forcella di Olino, in modo da poter scendere in Val Boazzo imboccando una sterrata. Seguendola per una ventina di minuti ho perso un centinaio di metri di dislivello e raggiunto il fondovalle. Appiattito dai mesi passati in città, ritrovare una topografia articolata è stato bello. L’erba secca e i mucchi di foglie a terra non erano solamente ciò che è scontato trovare a queste medie quote alla fine dell’inverno. Erano esattamente le cose che volevo tornare a calpestare e osservare.

Raggiunto il fondovalle mi sono trovato di fronte qualcosa di inaspettato. Piccolo Mondo Antico: un gruppo di baite disposte al centro di un pascolo illuminato dal sole e attraversato da un torrente. Nonostante questa valle sia decisamente incassata -in alcuni punti forma un vero e proprio canyon-, per un gioco di esposizioni questo tratto riceve luce fin dal primo mattino anche di inverno. Sul lato destro (idrografico) della valle sale il fianco meridionale del Monte Due Mani, un’interminabile successione di pinnacoli, scalini di roccia rotta e fenditure bruciate dal sole. A sinistra il basamento settentrionale del Resegone, boscoso e impenetrabile.

Il punto di incontro di questi due mondi è appunto la Val Boazzo e più precisamente il torrente che la percorre, il Caldone, uno dei tre corsi d’acqua di Lecco (insieme a Gerenzone e Bione). Non mi aspettavo a marzo di trovare un rivo così limpido e cristallino. Osservando le pozze azzurre, non fosse stato per gli alberi spogli, avrei potuto pensare fosse estate. Un centinaio di anni fa il Caldone era il vero fiume di Lecco. Lo chiamavano così perché le sue acque alimentavano le industrie sorte in città. La Val Boazzo ospita la parte alta del suo corso, dove il torrente raccoglie le acque dal Resegone e dal Monte Due Mani.

Il torrente Caldone entra a Lecco (rione Bonacina). A sinistra si intravede il Passo del Lupo, tra il monte Melma (sinistra) e i contrafforti del Resegone (destra).

Alle baite ho attraversato il Caldone su un ponticello e da lì il sentiero ha abbandonato i pascoli per addentrarsi nella foresta che copre i versanti a nord del Resegone. La traccia ha iniziato a salire mantenendosi sul fondo di una valletta laterale e in parte coincidendo con il greto di un rivo secco. Dopo pochi minuti è comparsa la neve. Qualche chiazza qua e là, ma è bastato guadagnare un centinaio di metri perché diventasse continua. La giornata era fredda, la valle era ancora colma dell’aria fredda arrivata con il fronte artico che aveva portato la neve. Avendo l’idea di salire uno dei vari canali del Resegone, la temperatura bassa dopo un periodo mite era esattamente quello che cercavo. Per la mia unica gita su neve della stagione volevo buone condizioni.

Salendo per la vallecola mi sono fermato parecchie volte. C’ero solo io nel bosco ed ero il primo a rovinare il manto di neve. Il silenzio era interrotto soltanto dai picchi che tambureggiavano qua e là. Il sentiero, pur continuando a salire, a un certo punto ha deviato verso destra e lasciato il letto del torrente.

Il solito Silvio Saglio

Questo percorso non è molto frequentato perché si trova in una posizione defilata rispetto ai sentieri battuti della zona. Unisce la Val Boazzo ai Piani d’Erna e quindi i percorsi della parte settentrionale del Resegone (Morterone – Forcella di Olino), con i sentieri del versante meridionale (Piani d’Erna). Una persona che però conosceva bene questi luoghi era Silvio Saglio, che nella guida sulle Prealpi Lombarde (1957) scrisse così a riguardo di questa traccia:

“…si scavalca il torrente su quel ponticello, gettato a sinistra dei casolari [le cascine Boazzo], per prendere la mulattiera selciata che, sdoppiandosi in alcuni punti, percorre l’ombroso fondo di una valletta, la quale si biforca alle falde del Pratello dell’Orso. Dalla baita si contorna a sinistra il margine di alcuni prati [oggi tutto questo tratto è di bosco che ha riconquistato i pascoli abbandonati], procedendo all’ombra dei faggi, dei noccioli e delle betulle e, fra eriche e rododendri, si giunge all’altezza di una baita.” Da Rifugio a Rifugio, Prealpi Lombarde, Silvio Saglio 1957.

Per arrivare alla baita di cui parla Saglio, e che segna la parte bassa dei piani d’Erna, è necessario alzarsi di circa 300 metri dalle cascine Boazzo, camminando una mezz’ora. Durante la salita mi sono accorto che tutto il sottobosco era segnato da una moltitudine di impronte nella neve. È normale dopo le nevicate, ma osservando quell’intrico di orme mi sono sorpreso perché ho subito intuito quanto fossi rimasto lontano dalla natura.

Rimanere in città per mesi logora quel desiderio di confronto con gli spazi naturali. Parchi e palazzi diventano gli unici interlocutori, ma per quanto ben realizzati essi non sono impregnati di quella semplice complessità che riempie ogni angolo di natura, anche il più banale (apparentemente). Il problema, almeno per me, è che dopo qualche tempo dimentico la differenza tra i due mondi e mi abituo agli spazi urbani. Ecco, quelle impronte mi hanno come destato e forse solo in quel momento ho capito che ero in montagna.

Al Pizzo Morterone per le piste abbandonate

Poco prima di arrivare ai Piani d’Erna il sentiero devia a destra puntando la famosa cascina di Saglio e altre costruzioni che alla sua epoca sicuramente non c’erano. La neve era decisamente aumentata; tutto era bianco e sul fondo vecchio erano caduti altri venti centimetri polverosi. Ero giunto nella parte più bassa e settentrionale dei Piani d’Erna, dove ci sono i ruderi dei vecchi impianti da sci. Dietro di me il Due Mani e le Cime Muschiada (subito mi sono ricordato della gita dell’anno scorso) illuminate dal sole, e ancora più lontano le Grigne, con la Grignetta quasi sgombra di neve che prorompeva dalle nubi. Qui tutto era invece in ombra e gelido, compresi il Pizzo Morterone e il suo canale NW, finalmente ben visibili ed entrambi bianchi e ghiacciati.

Il Pizzo Morterone (1752 m) è l’estrema propaggine settentrionale del Resegone. Un paio di anni fa ho scoperto dell’esistenza di un canale che lo percorre, il canale NW. L’unico altro percorso che arriva in vetta è il sentiero delle creste, che tocca le cime del Resegone (non è vero! C’è anche il canale di Pesciola Settentionale). Leggendo le scarne informazioni mi pareva che il canale NW fosse non troppo difficile e il fatto di essere praticamente sconosciuto mi ha stuzzicato.

Da qualche anno è esplosa la moda per i canali di neve, non ho ancora ben decifrato il fenomeno. Da una parte non ho capito perché questa attività abbia attirato tanta attenzione così all’improvviso a differenza di altre, dall’altra è ormai chiaro che sulle Prealpi Lombarde nei weekend con buone condizioni ci siano alcune montagne inavvicinabili per l’affollamento. Anche il Resegone rientrerebbe tra queste, con i Canali Bobbio, Còmera e Cermenati che nelle giornate giuste contano decine e decine di ripetizioni ciascuno . Sapevo però che in questo angolo defilato non avrei trovato nessuno e così è stato.

Canale NW Pizzo Morterone- Resegone - Piani d'Erna
Pizzo Morterone e canale NW.

Raggiunti i casotti dei vecchi impianti da sci ho puntato la cicatrice della pista da sci che scende dalle pendici del Pizzo. Per arrivare all’attacco del canale bisogna risalirla fino in cima. Dalla base della pista alla vetta del Pizzo sono 700 metri tondi di dislivello, da percorrere in poco più di un chilometro di sviluppo. Una gioia per i polpacci! La pista era perfetta, un fondo ghiacciato coperto da una spolverata di neve fresca, non sembrava certo abbandonata da decenni e se avessi avuto gli sci ne sarebbe venuta fuori una bellissima discesa d’altri tempi.

Salendo la pista si incontra una prima radura dove si trova uno dei gabbiotti dei vecchi skilift e da cui parte a sinistra una traccia nel bosco, probabilmente una strada di servizio per raggiungere gli impianti. Da questo primo gabbiotto si continua verso l’alto, abbandonando la pista ed entrando in un bosco ripido senza percorso obbligato. Dopo un centinaio di metri si giunge a una seconda struttura più grande, la più in quota che un tempo serviva la piccola stazione sciistica. La neve la copriva completamente, con due passi sono salito sul tetto e mi sono fermato a osservare le montagne intorno. Le prime figure cominciavano a muoversi lungo i sentieri dei Piani d’Erna.

Vagabondaggi prealpini sul Pizzo Morterone

Dal rudere sono salito ancora. Per raggiungere il canale avrei dovuto andare a sinistra, ma io sono andato a destra e l’attacco del canale l’ho trovato soltanto due ore dopo aver vagato tra i boschi ripidi del Pizzo Morterone. Ora li conosco come le mie tasche. Al secondo gabbiotto ho infatti sbagliato andando a destra e presto ho raggiunto il limite del bosco e una fascia di rocce.

Pensavo che il canale fosse nascosto tra una balza rocciosa e l’altra di questi affioramenti. Ho provato a salire ogni rampa erbosa che si apriva tra uno speroncino e l’altro. Il freddo era pungente e la neve cambiava qualità a ogni passo: farina impalpabile, neve rigelata, ma anche tante vecchie slavine dure come il cemento e un sacco di erba gelata che è sempre bello risalire.

In ogni caso mi sono divertito, nonostante il terreno fosse ripido mi sentivo protetto dal bosco. Dopo aver capito di essere fuori strada (ma comunque senza avere idea di dove fosse il canale) ho deciso di salire dritto per dritto lungo l’unica striscia di alberi che si arrampicava in alto e vedere dove sarei arrivato. Dopo una bella galoppata ho intravisto tra i rami i primi raggi di sole della giornata e di lì a poco ero sulla cresta del Pizzo.

Grazie a un provvidenziale cespuglio ho capito dove saltar sulla cresta senza finire giù dall’altra parte insieme alla cornice. La vista si è aperta verso meridione: i Piani d’Erna, Lecco, il lago, il Monte Barro e laggiù una fumosa e lontana pianura. Sotto di me un complicatissimo sistema di canali e canalini, il lato SW del Pizzo di Morterone dove dovrebbero correre i due canali Pesciola che mi piacerebbe un giorno o l’altro salire. A sinistra svettava invece la cima del Pizzo, un centinaio di metri più alta di dove mi trovassi.

Neve profonda e intonsa ovunque e freddo quanto basta per sentirlo bene nelle narici. Sui rami degli alberi c’era un accenno di galaverna che brillava con i primi raggi di sole prima di scomparire. Nonostante la cima fosse a portata di mano, una bastionata rocciosa non sembrava d’accordo con le mie intenzioni. Per un attimo ho provato a superarla ma dopo pochi passi sono tornato indietro. Ho pensato che il terreno fosse un po’ troppo ripido per piantare i ramponi alla cieca nella neve assolutamente inconsistente.

Dopo tutto questo girovagare però ho almeno voluto individuare l’attacco del famoso canale. Ancora a destra non potevo andare perché la montagna era finita, ho provato allora a scendere un po’ e appena ho potuto ho traversato dall’altra parte, percorrendo il bosco senza perdere quota. Ho capito di essere arrivato nel posto giusto quando con i ramponi ho sentito che sotto alla neve nuova c’era un fondo duro come l’acciaio. Stavo camminando sulla valanga caduta dal canale. Ho alzato lo sguardo e l’ho visto, un budello che entrava tra le rocce alte del Pizzo Morterone. Ovviamente ho pensato di andar su, ma ancora una volta ho desistito.

Sarà stata la stanchezza, sarà stato il fatto che l’idea di scendere da quella rampa di neve ghiacciatissima da solo non mi attirava particolarmente. Beh alla fine mi sono fermato, ho dato un ultimo sguardo all’atmosfera invernale che avevo intorno e mi son lanciato giù nel bosco ripido. A grandi salti ho impiegato un attimo per arrivare alla base delle piste e da lì ho continuato senza fermarmi fino in Val Boazzo.

Resegone - Morterone - Val Boazzo - Piani d'Erna
Carta del percorso: dalla Val Boazzo al Pizzo Morterone. Chi volesse una copia ad alta risoluzione mi contatti (storieminerali@gmail.com).

Pensieri da discesa

Arrivato alla macchina ero soddisfatto, anche se un pensiero mi ronzava in testa. Osservavo la montagna ed ero contento di essere lì. Capivo però che questo anno di scarsa frequentazione della montagna ha sicuramente intaccato la mia abitudine a muovermi e ad osservare le cose della natura. In qualche modo mi sentivo lontano dalla montagna come poche volte mi era capitato. Forse anche per questo non sono riuscito a raggiungere la cima. Non che abbia avuto paura, ma mi sentivo un po’ fuori posto e mi è dispiaciuto perché sapere di essere nel posto giusto e cogliere i particolari anche meno evidenti, sono le sensazioni che cerco in montagna.

E poi c’era qualcos’altro. Una volta lessi da qualche parte che “chi ha davvero a cuore la montagna non è chi ci va una volta di più, ma una volta di meno“. Più penso a questa frase e più mi la condivido, perché ogni gita, escursione o salita comporta un danno, un’invasione di campo, un po’ di anidride carbonica in più in giro per il pianeta. Non dico che si debba smettere di andare per monti, ma dovremmo almeno interrogarci sugli impatti di queste attività e sforzarci di trovare un equilibrio che li renda minimi. Insomma, passano le stagioni e diventa sempre più importante il come si va in montagna. Qualche anno fa non mi sarei mai chiesto quale fosse stata la mia impronta ecologica, ora mi succede spesso e non sempre sono soddisfatto delle risposte che trovo.

gita del 7 marzo 2021

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