In cerca di ghiaccio antico sul Monte Rosa

12 Ottobre 2020

Missione scientifica al Colle Vincent

Come siamo arrivati quassù?

Foto: M. Bini

“OK Giovanni, fermati e metti in tensione la corda”

Punto i ramponi e butto il peso in fuori finché non sento tirare -“Michele ci sono”. “Pulisci il bordo dalla neve così la corda scorre meglio e non vi arriva niente in testa durante la discesa. Poi siamo pronti.”.

Armeggio con la picca e butto la neve sul fondo del seracco. Sono fermo con i ramponi bloccati sul limitare del salto; finita la pulizia del labbro abbasso la testa e fisso il vuoto tra le gambe. Il seracco è alto una ventina di metri e se sono sul suo bordo in procinto di calarmi è perché ho chiesto a Michele di accompagnarmi in un punto del ghiacciaio dove fosse possibile ispezionare gli strati di ghiaccio risalenti agli anni passati.

Michele ha subito proposto il Colle Vincent, tra la Piramide Vincent e il Corno Nero nel gruppo del Monte Rosa. In quel punto da qualche anno un grande crepaccio si è aperto e da allora si è allargato fino a diventare un piccolo seracco che espone una parete di ghiaccio verticale. L’idea di Michele è partire con la prima funivia da Alagna, raggiungere il Colle, organizzare la calata, campionare, tornare a valle con l’ultima funivia. Sembrerebbe semplice!

La fotografia del seracco-crepaccio del Colle Vincent che Michele mi ha mandato per propormi questo sito di campionamento. Le bande scure che compaiono nel ghiaccio sono strati ricchi di impurità dovuti alla polvere Sahariana o alla fusione superficiale (fotografia di Michele Cucchi).

L’idea

È da qualche anno che studio la radioattività dei ghiacciai. Il binomio radioattività-glaciologia potrebbe suonare strano, eppure la radioattività è uno strumento molto utile per i glaciologi. Innanzitutto l’individuazione di strati di ghiaccio radioattivo è fondamentale per datare neve e ghiaccio. Identificare quelli che portano la marcatura radioattiva degli incidenti di Chernobyl e Fukushima equivale ad assegnare loro un’età assoluta, corrispondente al tempo trascorso tra quegli eventi e la data del campionamento.

Al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, la radioattività dei ghiacciai non è accumulata soprattutto al loro interno, ma in superficie, dove si trova quella che viene chiamata crioconite. Quest’ultima è il sedimento scuro che di estate si accumula proprio sulla superficie dei ghiacciai in fusione, qui sotto ne vedete qualche esempio.

Depositi di crioconite rinvenuti sui ghiacciai alpini

Negli ultimi anni con i miei colleghi abbiamo scoperto che questo sedimento è estremamente radioattivo. Il motivo è presto detto: la crioconite è come una spugna in grado di assorbire e concentrare le impurità presenti nell’acqua di fusione che di estate circola sulla superficie dei ghiacciai. Tali impurità erano in origine intrappolate nella massa ghiacciata, ma a causa di una fusione sempre più intensa sono anno dopo anno rilasciate nell’ambiente insieme all’acqua di fusione. Tra di esse vi sono anche le sostanze radioattive artificiali che sono state diffuse negli ultimi 60-70 anni e che fino ad oggi sono rimaste intrappolate nelle profondità dei ghiacciai. Chi volesse saperne di più trova qui i dettagli.

Un requisito affinché la crioconite si formi e accumuli radioattività è la presenza di acqua di fusione. La crioconite si forma infatti solo dove c’è fusione e per questo si trova specialmente nella parte bassa dei ghiacciai, dove essa è massima. Cosa succede però nelle parti alte dei ghiacciai, dove la fusione è solo sporadica e limitata a brevi episodi estivi?

Questa è la domanda che mi sono posto. I settori superiori dei ghiacciai sono noti come bacini di accumulo perché su di essi la neve che cade è maggiore di quella che fonde, determinando un accumulo netto di massa. Lassù la fusione avviene solo nei giorni più caldi dell’anno. Basteranno quelle poche giornate a innescare la formazione della crioconite e una parziale concentrazione di radioattività? Se così fosse nel ghiaccio potrebbe essere presente una sorta di stratificazione che ogni anno crea un sottile strato dove la radioattività è debolmente accumulata.

L’unico modo per testare questa teoria è stato raggiungere la zona alta di un grande ghiacciaio alpino, dove gli strati di ghiaccio di diverse annate fossero esposti e relativamente facili da campionare. Ecco perché qualche tempo fa chiesi a Michele se conosceva un luogo di questo tipo. La sua riposta fu immediata “Al Colle Vincent c’è un posto perfetto, andiamoci”.

Il Monte Rosa e Michele

Conosco Michele Cucchi dal 2012, quando partecipai a una spedizione sul Monte Rosa organizzata dal professore di glaciologia Valter Maggi dell’università di Milano-Bicocca. Stabilimmo un campo al colle del Lys con l’obiettivo di perforare il ghiacciaio e portare a casa una carota di ghiaccio di oltre cento metri. Michele, guida alpina di Alagna, era con noi e si occupò degli aspetti logistici e di sicurezza della missione.

Erano le prime attività scientifiche che svolgevo su ghiaccio e ricordo quella settimana passata in tenda a oltre 4000 metri come un’esperienze irripetibile. Immaginate uno studente fresco di laurea appassionato di montagna catapultato sui ghiacciai del Monte Rosa, cosa potevo chiedere di meglio?

Istantanee dalla spedizione del 2012

Dopo questa prima spedizione ce ne fu una seconda nel 2014, sempre al Colle del Lys, dove speravamo di ottenere una seconda carota di ghiaccio per fare ulteriori analisi. Anche qui fu Michele ad occuparsi di tutta la logistica. Purtroppo però questa seconda missione non ebbe molto successo per via dei guasti che capitarono al carotiere.

Questa è stata la terza volta che ho raggiunto i ghiacciai del Monte Rosa con lo scopo di collezionare dei campioni. Tutte e tre le volte è c’era Michele ad occuparsi dell’organizzazione delle attività. D’altronde credo che non siano molte le persone che conoscono meglio di lui questi ghiacciai, tra i più importanti dell’arco alpino per quanto riguarda la conservazione e lo studio del ghiaccio antico.

Curiosità: il ghiaccio più antico delle Alpi è stato trovato sul Monte Rosa al Colle Gnifetti, a poche centinaia di metri da Capanna Margherita. L’età, stimata con diversi metodi indipendenti, supera i 10.000 anni.

Chiunque abbia avuto occasione di trascorrere del tempo con Michele tra i “suoi” ghiacciai, sarà rimasto colpito dal profondo rapporto che lo lega al Monte Rosa. Basta poco per cogliere che per Michele queste non sono solo montagne, ma una casa. Lo si capisce da tante cose. Ad esempio in questa giornata Michele ha raccolto ogni sorta di spazzatura mentre camminavamo sui ghiacciai e a fine giornata il suo zaino era pieno di bottiglie vuote e schifezze varie. Chi altri lo avrebbe fatto?

Al Colle Vincent

Arrivo ad Alagna alle sette in punto, ormai siamo a settembre e questo significa che da Milano ho fatto quasi tutto il viaggio al buio. Parcheggio in centro, vicino alla chiesa. Una sagoma “lunga” salta fuori all’improvviso, lo spilungone sorride ed esclama “Ehi Giovanni, guarda un po’ chi si rivede!”, è proprio Michele che tutti chiamano appunto il Lungo. “Eh si, ne è passato di tempo!”. Beviamo un caffè e poi incontriamo Pietro, Giovanni e Michele (non poteva andarci peggio con i nomi). Sono amici di Michele che si uniscono a noi per darci una mano.

Il Lungo: avere come poltrona da ufficio un masso erratico non è da tutti (foto: M. Bini).

La giornata si preannuncia della migliori: non una nuvola in cielo, niente vento e i ghiacciai sono imbiancati da una spolverata di neve che è caduta proprio ieri. Da Alagna prendiamo l’ovovia e poi il primo troncone di funivia fino al Passo dei Salati. Purtroppo il secondo che sale a Punta Indren è chiuso e questo significa allungare il cammino di un paio d’ore tra salita e discesa. Sistemiamo la cassa che dovrà contenere i campioni di ghiaccio all’ombra (è piena di polaretti), ci distribuiamo il materiale che servirà per allestire la calata e partiamo. Michele ci avverte subito che saliremo svelti perché dobbiamo essere tassativamente di ritorno al Passo dei Salati entro le 16 per l’ultima discesa.

Dal Passo raggiungiamo il vecchio arrivo dismesso della funivia. Mentre camminiamo vedo a destra delle baracche di pietra ricavate tra grandi massi. Chiedo a Michele. “Erano i ricoveri per i minatori che fino all’inizio del secolo scorso salivano quassù in cerca di oro”. È incredibile, siamo a oltre 3000 metri e all’epoca solo arrivare in questi posti richiedeva almeno due giorni di cammino. Chissà come doveva essere portare in quota il materiale da scavo e le provviste e poi trascorrere settimane a scavare nella roccia. Sacrifici enormi e vite consumate dalla fatica; è bello che ci sia qualche segno a ricordare quelle storie antiche.

Dalla vecchia palazzina attraversiamo su sfasciumi fino a raggiungere il ghiacciaio di Indren che oggi è candido per la nevicata di ieri. Qua e là però -dove la copertura è già andata via- appare il ghiaccio nero che fino a ieri copriva tutto il ghiacciaio. Se fossimo stati qui qualche giorno fa, al posto di queste distese bianche avremmo trovato lenzuoli grigi pieni di detriti, consumati e sporcati da settimane ininterrotte di fusione.

Durante la salita al Colle, da sinistra: Pietro, Giovanni e il secondo Giovanni (foto: M. Bini).

Mentre saliamo è un via vai di elicotteri. Siamo alla fine della stagione, i rifugi in quota hanno chiuso i battenti giusto l’altro ieri e ora sono in corso le operazioni di pulizia e trasporto a valle dei materiali. In più è cominciata la dismissione del vecchio impianto di Punta Indren. Gli elicotteri si avvicinano ai piloni e i tralicci vengono portati a valle sospesi sulle funi un pezzo alla volta. È un bel segnale: spesso i vecchi impianti vengono abbandonati e rimangono come brutte cicatrici sui versanti. Qui sembra invece ci sia l’autentica volontà di limitare gli impatti degli impianti obsoleti.

(foto: M. Bini)

Dal ghiacciaio di Indren risaliamo la cengia attrezzata che porta al ghiacciaio del Lys. Sosta tecnica per calzare i ramponi e preparare la cordata. Siamo ancora tutti sorridenti e scherziamo mentre Michele ci ricorda come legarci e le manovre fondamentali. Ripartiamo e la musica cambia: le pendenze aumentano e Michele -preoccupato di essere in ritardo- mette il turbo.

Arrivati al Colle tiriamo il fiato e ci guardiamo attorno. Il tempo continua ad essere bellissimo, siamo a 4000 metri e fa caldo, il sole è davvero forte. Un centinaio di metri sopra di noi scorgiamo il bivacco Giordano al Balmenhorn, più lontani i Lyskamm. Siamo a poche centinaia di metri dalla traccia principale che sale a Capanna Margherita. Il ghiacciaio è pianeggiante, ma in mezzo al Colle si apre una voragine profonda una ventina di metri e larga altrettanti. È questo il punto dove ci caleremo per ispezionare il ghiacciaio. Speriamo solo ci sia qualche strato interessante da campionare.

(foto: M. Bini)

Michele non perde tempo e dopo aver mandato giù un boccone ci mettiamo al lavoro. Ci dividiamo i compiti, io preparo il materiale per fare il campionamento. Michele con Pietro, Giovanni e l’altro Michele, si occupano di allestire gli ancoraggi. Scavano una bella buca dove infilano lunghi picchetti e una picca a mo’ di corpo morto. Grazie ad essi Michele costruisce un ancoraggio su cui fissare due paranchi. Una corda per me e una per Pietro che si cala con me per assistermi. Michele rimane all’ancoraggio a gestire le calate. Giovanni si sistema in sicurezza sul bordo del seracco per fare da tramite tra noi che ci caliamo e Michele che manovra le corde. L’altro Michele aiuta il Lungo e intanto scatta qualche fotografia.

Tutti all’opera (tranne me che mi sollazzo bevendo l’immancabile coca; foto: M. Bini).

La calata

Quando io e Pietro ci sistemiamo sul bordo del seracco sono emozionato, inutile nasconderlo. Giovanni a fianco di noi sorride come a dire “Avete voluto la bicicletta, ora pedalate!”. Guardiamo in basso per osservare la parete di ghiaccio ma è difficile perché è un poco strapiombante e a parte il labbro del seracco si vede solo il fondo ghiacciato della voragine. “Ok, cominciamo, ci caliamo un paio di metri e raggiungiamo il primo strato interessante”.

Appesi allo zaino ho sistemato cinque sacchetti pieni di provette per il campionamento, incastrata tra gli spallacci la picca, una sega appesa con un cordino e altri attrezzi nelle tasche della giacca. Non sono proprio comodo, ma per fortuna c’è Pietro che mi aiuta. Pochi metri sotto al labbro troviamo il primo strato interessante. Nel candido nevato compare una banda alta pochi centimetri colorata di giallo. Un evento Sahariano! Urliamo a Giovanni di fermare la calata. Con una lastra di plastica (il tagliere che uso a casa per cucinare) pulisco la parete di neve e poi infilo le provette dove la neve è più colorata. Le chiudo e le passo a Pietro che scrive il nome sulle provette e le sistema nello zaino.

(foto: M. Bini)

Comincio a pensare alle analisi che potremmo fare su questo campione. Potremmo studiarne la composizione e la mineralogia e capire come la deposizione di sabbia del Sahara alteri la chimica dei ghiacciai, oppure potremmo cercare di ricostruire la provenienza di questo evento e comprendere le dinamiche di trasporto dall’Africa Settentrionale all’Europa Meridionale, oppure potrei studiare se la polvere ha assorbito degli inquinanti durante il trasporto, oppure… Stop, forse è il caso di rimanere concentrati sul campionamento; alle analisi penseremo in poi.

Poco sotto a questo primo strato troviamo una seconda banda interessante. È uno strato di ghiaccio trasparente, ovvero una lente di fusione. Gli strati di ghiaccio che si trovano nel nevato più superficiale si formano durante i brevi eventi di fusione che anche a queste quote si verificano durante l’estate. La neve superficiale fonde parzialmente e durante la notte rigela, creando ghiaccio compatto invece che bianchi cristalli di neve. Questi strati sono utili perché corrispondono a un periodo preciso dell’anno (Luglio-Agosto-Settembre) e aiutano a datare lo spessore della neve e a stimare gli accumuli annuali.

Più in basso troviamo altri eventi Sahariani e alcuni strati nerastri che potrebbero in effetti essere strati di ghiaccio ricchi di crioconite, proprio ciò che cercavo! Forse troverò tracce di radioattività al loro interno e questo sarà importante per capire come si distribuiscono le sostanze radioattive nella parte superiore dei ghiacciai, sono campioni preziosi.

Dopo una ventina di metri finalmente tocchiamo il fondo e scegliamo un punto dove appoggiare i piedi. Anche se siamo alla base del seracco, si intuisce che esso non scompare ma continua in profondità trasformandosi in crepaccio, come suggerito dai diversi buchi che vediamo aprirsi nella neve. Quando tocchiamo terra tiriamo un sospiro di sollievo e ci accorgiamo di essere esausti, chi avrebbe pensato che farsi calare potesse essere così faticoso?

Per risalire io e Pietro non dobbiamo fare nulla: il Lungo, Michele e Giovanni ci issano sfruttando un paranco. Metro dopo metro ci alziamo ripercorrendo al contrario la calata. Dopo poco io e Pietro siamo di nuovo insieme agli altri.

Giovanni e Michele (foto: M. Bini).

Raccolgo qualche campione di neve superficiale, smontiamo il paranco, breve pausa e poi giù per non perdere l’appuntamento con la funivia.

Si scende

Quando ci mettiamo in moto per tornare al Passo dei Salati sono le 14, abbiamo quindi due ore per arrivare alla funivia e se vogliamo mettere in conto una sosta alla Capanna Gnifetti dobbiamo essere veloci.

(foto: M. Bini)

Arrivati alla Capanna beviamo qualcosa e scambiamo due chiacchiere con una ragazzina. Ci racconta che il giorno successivo salirà alla Capanna Margherita con il nonno di 82 anni. Per lei, che ha 15 anni, è la prima volta su un ghiacciaio. Complimenti a lei e soprattutto al nonno! Ripartiamo. Dalla Capanna Gnifetti per scendere al ghiacciaio di Gasterlet bisogna percorrere una ripida scala. Ogni anno i gestori del rifugio devono aggiungere qualche piolo per via del ritiro del piccolo ghiacciaio.

Il ghiacciaio di Garstelet è tra i più compromessi di quelli presenti sul versante meridionale del Monte Rosa. I motivi sono diversi: innanzitutto è tra quelli più bassi e si sviluppa quasi interamente sotto ai 3600 metri; poi è perfettamente rivolto a sud e riceve una quantità di luce notevole per buona parte della giornata; infine è un ghiacciaio di dimensioni limitate e non ha un bacino di accumulo esteso. Basta un’occhiata per capire che non se la sta passando bene. A differenze degli altri grandi ghiacciai nelle vicinanze, non ci sono crepacci, la superficie è liscia e monotona per via della forte fusione ed è anche molto sporca. È piena di detriti e crioconite e questo succede solo quando la fusione è intensa. Quando i ghiacciai perdono spessori notevoli, le impurità contenute nel ghiaccio si accumulano in superficie, scurendo il ghiaccio e accelerandone ulteriormente la fusione.

Dalla Capanna al Passo dei Salati non ci fermiamo un attimo e anzi acceleriamo ancora il passo. Anche se non abbiamo perso un minuto siamo sul filo del rasoio coi tempi. Siamo in discesa e non stiamo faticando come in salita, ma la stanchezza si fa sentire. I ghiacciai che attraversiamo sono diversi rispetto a questa mattina. L’acqua di fusione è ora copiosa e l’intera superficie di ghiaccio è solcata da un’infinità di torrentelli che trasportano l’acqua di fusione a valle. Se chiudessimo gli occhi potremmo immaginare di essere in riva a un fiume, ma non è così. Il rumore che sentiamo è quello di tonnellate di ghiaccio in fusione.

Continuiamo la discesa e arrivano la nebbia. In discesa parliamo poco, siamo evidentemente stanchi e siamo solo concentrati a tenere il passo per non perdere la funivia. Ce la facciamo per un pelo e in breve siamo di nuovo ad Alagna. Sistemiamo i campioni nella macchina, ci cambiamo e poi per concludere in bellezza ci concediamo una birra. È bello rilassarsi e stare una mezz’ora a chiacchierare. Michele ci racconta del K2 e i suoi tre amici mi spiegano che insieme a Michele hanno preparato una mostra dedicata proprio alla spedizione del 2014 che portò in vetta Michele insieme ad un team di alpinisti pakistani. Michele ci racconta che se riuscirà partirà presto per tornare in Pakistan. Questa volta non per salire una montagna, ma per cercare di dare una mano alle popolazioni locali che senza gli introiti del turismo alpinistico sono in seria difficoltà.

È ora di tornare a casa, ognuno prende la sua strada. Torno a Milano e riempio il freezer di casa di campioni, domani li porterò in università. Sono contento perché sono rimasti ghiacciati. Un pezzetto di Monte Rosa è dentro casa mia. Saranno solo pezzi di neve e ghiaccio, ma quanta fatica per andarli a recuperare! Nei prossimi mesi non rimarrà che analizzarli. Vedremo, sono molto curioso delle informazioni che ci potranno dare.

La sera le gambe sono così legnose che dopo cena decido di prendere la bici e fare un giro per Milano per scioglierle. Non solo le gambe hanno bisogno di rilassarsi, ma anche la testa. La giornata è stata lunga e piena e una pedalata nei silenzi della città è quello che ci vuole per concluderla in bellezza.

Grazie mille al Lungo che anche questa volta ci ha aiutato con la sua esperienza. Un grande grazie anche ai suoi amici Giovanni, Pietro e Michele. Ringrazio Michele anche per aver scattato e condiviso le sue fotografie di questa giornata.

Salita del 8 Settembre 2020. Fotografie scattate da Michele Bini (grazie ancora per averle condivise!), Michele Cucchi e Giovanni Baccolo.

All’orizzonte il Monte Bianco (foto: M. Bini).

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