Scaglie d’oceano in Appennino: Pietra Perduca e Pietra Parcellara

Tesori geologici in Val Trebbia

Pietra Perduca - Val Trebbia - Pietra Parcellara
Pietra Perduca e l’Oratorio di Sant’Anna

Alla scoperta di Pietra Perduca e Pietra Parcellara: due blocchi di crosta oceanica naufragati sull’Appennino Piacentino.

Un ferragosto diverso

Da qualche tempo Camilla e io passiamo agosto a Milano. Ci piace farlo; la città cambia abito, diventando tranquilla e silenziosa. Un paio di anni fa ci svegliammo a ferragosto senza sapere come avremmo passato la giornata. Facendo colazione ci venne in mente di andare a fare il bagno nella Trebbia, uno dei più importanti affluenti di destra del Po. Il fiume occupa l’omonima valle che da Piacenza risale gli Appennini fino ad arrivare a due passi da Genova. Le sue sorgenti si trovano alle pendici del Monte Prelà, a meno di venti chilometri dal mare.

Erano stati alcuni amici a suggerirci l’idea. Ci avevano raccontato di quanto fosse bello il fiume e ancor di più il paesaggio appenninico attraverso cui si snoda la Trebbia. Avevano ragione. Fu una bella giornata: il bagno nelle acque fresche e cristalline un toccasana, la passeggiata per Bobbio, un borgo medievale ricco di storia e luoghi da visitare, un’autentica sorpresa.

Quando visito un luogo che non conosco sono spesso disorientato. L’ignoranza geografica è una cosa che mi dà fastidio. In qualche modo devo sapere dove mi trovo e conoscere almeno un poco le storie naturali e umane che mi circondano.

Quel giorno la valle mi era piaciuta. Avevo osservato con attenzione le montagne argillose, i vigneti e le antiche costruzioni. Alla sera avevo parecchie domande che mi ronzavano in testa e volevo saperne di più sulla Trebbia e la sua valle. Insomma, era bastata una giornata per trasformare quell’angolo degli Appennini da un posto non meglio definito sulla carta a un luogo.

C’era una cosa che più di altre volevo approfondire. Mentre risalivamo la valle, a un certo punto sulla sinistra idrografica era apparsa una cima distinta. Un bel blocco roccioso definito da pareti ripide che stonavano in un paesaggio dominato da boschi e pascoli. La grande roccia aveva catturato la mia attenzione, suscitando inconsciamente la solita ingenua domanda che spunta fuori quando osservo una parete «chissà se qualcuno è già salito di là». Senza saperlo avevo posato gli occhi sulla Pietra Parcellara, il Cervino della Val Trebbia.

Pietra Parcellara - Val Trebbia
Pietra Parcellara da nord, il Cervino della Val Trebbia. Fotografia di Dani4P.

Geodiversità in Val Trebbia: Pietra Perduca e Pietra Parcellara

La Parcellara è la principale cima rocciosa della provincia di Piacenza. Alta 836 metri sul livello del mare, si staglia solitaria sul fianco sinistro della Val Trebbia con una mole di circa 600 per 200 metri che si solleva di altri 200 metri dalle alture collinari che la circondano.

A poca distanza da Pietra Parcellara fa capolino Pietra Perduca, più bassa e minuta. Alta 659 metri, non svetta come la sorella maggiore, ma esibisce ugualmente pareti ripide con uno sviluppo di 60-70 metri. La sua massa è definita da due blocchi accostati l’uno all’altro e divisi da una nicchia. Quest’ultima, vista la posizione dominante, è stata utilizzata ripetutamente per costruire avamposti, punti di osservazione ed edifici religiosi. Dal 1400 nella spaccatura trova riparo l’Oratorio di Sant’Anna. Entrambe le Pietre si trovano nel comune di Travo.

Raggiungendo Pietra Perduca.

La bellezza e la particolarità delle Pietre è data dallo scarto che manifestano rispetto al contesto che le circonda. Se Pietra Perduca e Parcellara si trovassero nelle Alpi, probabilmente non desterebbero attenzione. Spuntano invece nel mezzo di un paesaggio appenninico di dolci alture. Le Pietre hanno una posizione dominante perché mentre le formazioni tenere circostanti venivano smantellate dagli agenti erosivi, esse resistevano grazie alla resistenza delle loro rocce. Un processo noto come erosione differenziale.

Pietra Parcellara e Pietra Perduca sono due frammenti di crosta oceanica intrappolati in mezzo ad argille e arenarie. È proprio il contrasto tra i versanti poco pendenti che definiscono l’Appennino emiliano e l’aspetto decisamente alpino delle Pietre a rendere questi luoghi così interessanti. In una parola: geodiversità. Dove rocce con caratteristiche diverse affiorano a breve distanza, è facile che i versanti assumano forme articolate, creando un paesaggio ricco e interessante. Ne avevamo già parlato a riguardo delle Dolomiti, dove questi concetti sono manifestati con ancora maggior forza.

Rimane da capire una cosa: come due blocchi di roccia oceanica sono finiti in cima all’Appennino?

Pietra Parcellara - Montà - Val Trebbia - ofiolite - olistostroma
Pietra Parcellara da nord-est.

Scaglie di un oceano scomparso

Per comprendere il significato geologico di Pietra Parcellara, e della vicina Perduca, è necessario fare un balzo indietro nel tempo, tornando a 150 milioni di anni fa. All’epoca nella zona occupata oggi dagli Appennini si estendeva l’antico Oceano Ligure-Piemontese, oggi scomparso. È stato cancellato dallo scontro tra la placca continentale africana e quella europea. La sua esistenza è però testimoniata dai frammenti di crosta oceanica, le cosiddette ofioliti, disseminate qua e là nelle Alpi e negli Appennini. Il termine ofiolite ricorda il colore verdastro di queste rocce, simili alla pelle dei serpenti (ὄφις in greco). Due frammenti ofiolitici, ecco cosa sono Pietra Perduca e Pietra Parcellara.

Gli eventi che hanno portato le due Pietre dal fondo dell’oceano alla cima dell’Appennino piacentino, furono innescati da colossali crolli sottomarini, avvenuti nell’oscura monotonia dell’Oceano Ligure-Piemontese. Il fondale di questo antico mare era rotto da un’ondulazione, un rilievo topografico indicato dai geologi come Ruga del Bracco. Si elevava dalla piana abissale affondando profonde radici nel cuore della tiepida crosta oceanica. Di tanto in tanto il tempo geologico faceva il suo corso, ricordando alla Ruga che le montagne, anche quelle sottomarine, prima o poi sono destinate a venir giù. Ecco che allora dalla dorsale si staccava un blocco, innescando una frana.

Fu così che nacquero Pietra Perduca e Pietra Parcellara: grandi frane sottomarine. I blocchi di crosta oceanica precipitati dalla Ruga del Bracco scivolarono, trascinando con sé i sedimenti sabbiosi e argillosi depositati sul fondo dell’oceano. Per comprendere la scala di questi eventi pensate alla dimensione di Pietra Parcellara -600 per 200 per 200 metri-, e immaginatela mentre scivola silenziosa verso la profondità dell’oceano avvolta in un’enorme nuvola di sedimenti.

C’è però una differenza. Pietra Parcellara è composta da un grande blocco che per quanto fratturato è rimasto più o meno intatto. Pietra Perduca è invece stata prodotta da una frana che ha coinvolto frammenti più piccoli. La sua roccia, una breccia, è costituita da clasti tenuti insieme da una matrice fine che fa da collante. Sono i frammenti oceanici mescolati ai sedimenti oceanici durante la frana.

L’Oceano Ligure-Piemontese fu poi inghiottito al di sotto di altre placche tettoniche. Si salvarono però alcuni lembi oceanici, portati in quota dai movimenti tettonici durante il sollevamento degli Appennini, le famose ofioliti. Ecco come Pietra Perduca e Pietra Parcellara sono finite lassù.

Pietra Perduca - Pietra Parcellara - Basalto - Peridotite - Ofiolite - Breccia
La diversa natura di Pietra Parcellara (sinistra) e Pietra Perduca (destra). La prima è costituita da blocchi di peridotite e basalto compatti. La seconda è invece una breccia, formata da clasti basaltici fissati da una pasta fine nerastra. Il colore rossastro è dovuto all’ossidazione del ferro.

Geodiversità: piante e tritoni

Alyssum saxatile - Alisso Sassicolo - Val Trebbia
Salendo in cima alla Parcellara.

Il legame che unisce biodiversità e geodiversità è spesso trascurato, ma è in realtà assai importante. Non a caso la varietà delle forme di vita è manifestata nel suo massimo grado laddove anche le forme geologiche e gli affioramenti sono diversi. Il motivo è semplice: un paesaggio ricco geologicamente può ospitare più specie perché ogni formazione, struttura o affioramento contribuisce a definire nicchie ecologiche diverse, adatte a organismi diversi. Sugli Appennini piacentini accade lo stesso con le Pietre. Esse rendono disponibile un substrato roccioso che non si trova altrove nel raggio di decine di chilometri.

Alcune piante trovate sulla Parcellara e sulla Perduca non compaiono da nessun altra parte in tutta la Val Trebbia e il motivo è proprio quello, la geodiversità. Le rocce della crosta oceanica sono ricche di minerali ed elementi utili alle piante che in altre formazioni sono invece rari. Ecco perché le Pietre ospitano specie che a poche centinaia di metri sono impossibili da trovare. Un esempio è quel bel fiore giallo -Alisso Sassicolo- ritratto nella fotografia qui sopra durante la salita a Pietra Parcellara.

Pietra Perduca - Tritoni
Una delle vasche di Pietra Perduca popolate dai tritoni. Fotografia tratta dal blog di Lorenzo Cattani.

Non solo piante, c’è anche un curioso animale che ha scelto Pietra Perduca come dimora: il tritone. Questo anfibio ha eletto due pozze scavate dai monaci nella roccia della Pietra come dimora. Le buche vennero scavate per assicurare ai monaci una riserva di acqua e credo che nessuno avesse pensato che a distanza di secoli quelle pozze sarebbero diventate uno scrigno di biodiversità.

Se visiterete Pietra Perduca non trascurate le due cisterne, una si trova a due passi dall’oratorio, l’altra è invece sulla cima del blocco occidentale. Da lontano non sembrano granché: pozze d’acqua sporca e alghe. Da vicino la meraviglia: nell’acqua torbida nuotano tre specie di tritone, crestati, alpini e punteggiati. Osservare questi tritoni ribelli prendere il sole o cacciare gli insetti è un vero piacere.

La prima arrampicata Appenninica

A distanza di qualche anno da quella prima volta in Val Trebbia, sono da poco tornato per salire le due Pietre. Il mio intento era quello di combinare la salita escursionistica a Pietra Parcellara con quella diciamo alpinistica di Pietra Perduca. I Vigili del Fuoco la hanno attrezzata come palestra di roccia, allestendo alcuni mono-tiri e una via che sale lo Spigolo Sud (via Grisù, trovate qui la relazione completa). Da quanto ne so Pietra Perduca è uno dei principali siti dove si pratica l’arrampicata in Provincia di Piacenza.

Con mio padre abbiamo scelto di percorrere proprio lo Spigolo: quattro tiri che dalla base meridionale della Perduca raggiungono l’Oratorio di Sant’Anna. Le difficoltà sono contenute (il tiro più difficile è il secondo, un 5b), per uno sviluppo totale di circa 100 metri. Da un punto di vista puramente tecnico la via non è un itinerario che lascia il segno, ma in ogni caso mi sento di consigliarlo. Innanzitutto non capita tutti i giorni di arrampicare su una frana precipitata in un oceano scomparso, ma c’è di più.

Appennini, Alpi e una frequentazione più consapevole

Trascorrere una giornata tra Pietra Perduca e Pietra Parcellara è stata una scoperta. Per me che non avevo mai arrampicato prima sugli Appennini, salire stringendo i blocchetti di basalto immerso in un luogo così bello e silenzioso, è stato inaspettato. Il fatto che non ci fosse nessun’altro mi ha dato da pensare. Sono sicuro che in quegli stessi momenti ci fossero tanti luoghi delle Alpi presi d’assalto da escursionisti e arrampicatori. Sulle Pietre nessuno, eppure il luogo è davvero bello e meritevole.

Combinare l’arrampicata della Perduca con la salita escursionistica alla Parcellara come abbiamo fatto, ha riempito una giornata che, almeno per me, è stata diversa dall’ideale di giornata in montagna. Le due Pietre mi hanno insegnato qualcosa di più sulla dicotomia Alpi/Appennini. Dalla cima della Parcellara osservavo la pianura padana verso nord e gli Appennini a meridione, immaginando il mare dietro alle balze più lontane. Nel mentre riflettevo. Il nostro paese nasconde storie umane e naturali ovunque, ma molte di esse sono ignote ai più. La maggior parte di chi trascorre una giornata all’aria aperta raggiunge quella manciata di luoghi che per qualche motivo hanno raggiunto la notorietà, ignorando tutto il resto. Da una parte calche, pesanti impatti sull’ambiente ed esperienze rovinate dal caos. Dall’altra abbandono e oblio.

Sarebbe bello se questa situazione si livellasse almeno in parte, ne gioverebbero tutti. I fruitori scoprirebbero un modo più consapevole e ricco di vivere l’ambiente e la natura. Il territorio riceverebbe una rinnovata e più distribuita attenzione. I profitti turistici sarebbero meglio ripartiti, senza essere iper-concentrati nelle poche mete iper-frequentate. Ultimo ma non ultimo, l’ambiente stesso ne trarrebbe vantaggio perché, almeno dal mio punto di vista, è più opportuno avere cura e attenzione per un vasto territorio invece che impattare pesantemente su poche località e abbandonare tutto il resto.

Insomma, luogo che vai storia che trovi, sta a noi scoprirle e meravigliarci della loro bellezza. Grazie Pietra Perduca, grazie Pietra Parcellara!

Pietra Parcellara - Cima - Vetta - Val Trebbia
Vista ampia verso nord da Pietra Parcellara.

gita del 15 aprile 2022

giovanni baccolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Close
Menu